Edificio Ottagonale – Tempio di Giano?

“Nel punto più in alto del promontorio, incredibile a dirsi, per una forza divina, scaturiva una polla d’acqua dalla roccia; intorno ad essa mio padre eresse un grandioso ninfeo. Desiderava che fosse colossale, maestoso, unico. Un monumentale edificio a forma di ottagono, forma insolita, quale mai si era vista in Italia… Così fu orientata secondo i punti cardinali, il settentrione, il meridione, il sorgere e il tramonto del sole. E incanalò quell’acqua sacra che sgorgava dal cuore dell’ottagono convogliandola in due cisterne che alimentano la vita dell’intera villa…”

L’edificio ottagonale, descritto in tanti dei suoi particolari da Pasquale Mattej, il quale ce ne ha lasciato anche preziosissimi disegni, per lungo tempo è stato oggetto di un’errata interpretazione, che lo ha portato a divenire “il tempio di Giano”. Tale lettura, che purtroppo ancora non è del tutto scomparsa, nonostante i numerosi contributi, chiari e lineari, era figlia del toponimo “Gianola”, che quasi inequivocabilmente sembrava rimandare a Giano, e della tendenza molto diffusa in passato a denominare “tempio” anche strutture che non avevano alcun elemento cultuale.

Oggi sappiamo tutti che si tratta di un edificio inserito in una villa romana, appartenuta quasi sicuramente ad un esponente della famiglia dei Mamurra, quello che più ha lasciato traccia di sé nella storia, il cui nome completo dovrebbe essere Lucio Vitruvio Mamurra. 

L’edificio presentava una sala ottagonale interna e una forma ottagonale anche esterna. Nella sala interna doveva sgorgare una polla di acqua dolce, la quale, opportunamente incanalata, doveva alimentare le due cisterne, la Cisterna Maggiore e la Cisterna minore, detta “delle 36 colonne” si trova nella parte superiore, verso sinistra, poco prima del mare.

Non deve stupire la presenza di una polla di acqua dolce; una sorgente di medesima natura sgorga ancora oggi nello spazio del Porticciolo Romano. La polla dell’edificio ottagonale, solitamente definito “ninfeo”, ad un certo punto, per vicende che purtroppo ci sfuggono, si è esaurita, compromettendo seriamente l’apporto idrico all’intera villa.

Antonio De Meo

Cisterna 36 Colonne

Le “36 colonne” (in realtà 32 come mi fa notare l’amico Antonio de Meo), è una cisterna romana costruita per rifornine di acqua corrente gli ambienti sottostanti del complesso del Ninfeo di Mamurra, gli stessi che erano facilmente accessibili grazie alla scala voltata (“Grotta della Janara”*). L’acqua doveva provenire dalla sorgente che c’era all’interno del tempio posto al di sopra di questa cisterna.

Foto Fausto Forcina

Grotta della Janara

La Scala Voltata, oggi conosciuta come La “Grotta della Janara”, è una grande scala monumentale, coperta a volta, che consentiva di lasciare la terrazza superiore (la centrale tra le tre) e giungere alla terrazza inferiore, affacciata sul mare. Così Caio e quanti frequentano la sua dimora si spostano, grazie ad essa, dalla parte alta a quella bassa della villa, il balneum. Oggi tale struttura è conosciuta col nome che le è stato attribuito nel tempo, “La Grotta della Janara”.

Essa trae il proprio nome dalla credenza delle “Janare”, termine con cui nell’Italia centromeridionale, in particolare nell’area campana e, nello specifico, beneventana, vengono indicate le streghe. Il termine “grotta” nasce da un’errata lettura del luogo, i cui gradini col tempo erano stati in parte ricoperti e nascosti dalla terra, motivo per cui non si aveva piena percezione dello spazio, assimilato ad un antro, una cavità che portava verso il basso, una grotta.

Il dislivello tra le due terrazze è abbastanza pronunciato, circa 20 m.

Ma chi sono le Janare? Come segnalato sopra, esse sono un corrispondente delle streghe, termine, quest’ultimo, che deriva dal latino “striga”, al plurale “strigae”, con il quale veniva indicato un uccello notturno che si nutriva di sangue e carne umana, in grado di causare la morte col contatto. Non è ben chiaro se sia o meno l’esito di una metamorfosi di donne anziane. Nel passaggio medievale a “strega” restano poteri magici e capacità di volare, così come il legame con la notte, ma muta l’aspetto, pienamente umano. La Janara di giorno ha l’aspetto di una donna comune; di notte, invece, grazie anche a potenti unguenti magici, muta forma, è in grado di volare, si introduce nelle abitazioni dalla porta (in latino “ianua”) e provoca malformazioni e malattie ai bambini. Per proteggersi dal suo malefico potere veniva posizionata una scopa dietro la porta, poiché la Janara, per un’antica condanna, era costretta a contare le setole della scopa prima di oltrepassare la soglia, azione che non avrebbe mai concluso prima dell’alba, quando era costretta a tornare da dove era venuta.

Antonio De Meo

Porticciolo Romano di Gianola

“Tutti lo conoscono come il “Porticciolo Romano”, ma, come per altri edifici del complesso della Villa di Mamurra, la denominazione è inesatta. In effetti era una “piscina”

Continueremo certamente a chiamarlo così, ma non tutti sanno che in antico non era un porticciolo. Assunse la forma attuale circa 90 anni fa, ad opera del Marchese Afan de Rivera, proprietario di un’estesa tenuta sul promontorio che includeva l’area del porticciolo, che decise di trasformare l’insenatura naturale con preesistenti strutture romane in un piccolo porto, ad uso personale ma anche per i pescatori della zona.

Ma cos’era in origine? Il proprietario della Villa romana sul monte di Gianola, identificato dai più nella persona di (Lucio Vitruvio) Mamurra fece realizzare nell’insenatura naturale una piscina (dal latino “piscis”, pesce, quindi un vivaio ittico). Non una vasca ittica come la intenderemmo noi, ma uno spazio in cui i pesci venivano allevati nel pieno rispetto della loro natura, con percorsi costruiti tra le rocce del fondale, come solitamente avveniva nelle peschiere romane. I Romani erano ghiotti di pesce, ed ogni villa costiera o marittima che si rispettasse aveva un vivaio privato. In questo modo il pesce arrivava sulla tavola pronto per solleticare il palato dei proprietari, in questo caso Mamurra, con ricette raffinate.

La banchina e i moli del porto sono stati innalzati al di sopra di muri romani, e in molti punti di vede la sovrapposizione. 

Le peschiere erano divise in settori delimitati da grosse griglie-grate di metallo che venivano alzate e abbassate, a mo’ di serranda; le griglie sono scomparse, ma restano i blocchi (ancora sott’acqua oppure riutilizzati) con le scanalature lungo le quali venivano fatte scivolare le griglie. 

E quando il mare è particolarmente calmo, è possibile vedere chiaramente, nelle acque interne del porticciolo, i muri dei settori della peschiera”

Antonio De Meo

Cascata Mola della Terra

Ubicate tra i comuni di Esperia e Pontecorvo, nella bassa Ciociaria, a metà strada tra Roma e Napoli, le cascate della Mola della Terra, sono la testimonianza ancora esistente di un’oasi di paradiso, in cui la mente ed il corpo possono rifugiarsi in una dimensione naturale e sensoriale, ormai perduta da tempo.
Formate da un dislivello del corso del fiume Quesa (affluente del Liri) la cascata, compie, da un possente muraglione in pietra calcarea, un salto di circa 4 metri. 
A guardia della sua bellezza, un antico ponte in pietra a due arcate.
La presenza di alcune residenze rurali romane e di un’antica strada, nelle immediate vicinanze, lascia supporre, che il luogo fosse conosciuto fin dall’antichità.
Nel corso del Medioevo, sulle sue sponde, sorsero, numerosi mulini ad acqua.
Originariamente, il dislivello naturale, non avendo nessuna struttura di contenimento, generava una caduta, molto più copiosa ed irregolare, con conseguente allagamento di una maggiore porzione di terreno sottostante.
La cascata, come la vediamo oggi, è frutto invece, di un intervento dell’uomo, effettuato circa 3 secoli fa, dagli eredi della famiglia Ferdinandi, i quali per alimentare il loro mulino (ancora visibile) deviarono una piccola parte del corso del fiume, costruendo l’attuale muraglione.
Quest’ultimo, infatti, aveva il compito di trattenere l’acqua attraverso la formazione di un bacino, per alimentare, attraverso un canale, gli ingranaggi delle macine, per poi rigettarsi nuovamente nel Quesa. Per gestire, la quantità e la potenza del flusso d’acqua in un flusso regolare e costante, vennero costruite a ridosso della cascata, una serie di chiuse che venivano aperte o chiuse all’occorrenza.
L’afflusso di clientela, garantì per anni, la cura e il decoro dell’intera area, ma sul finire degli anni settanta, la trasformazione socio-economica del paese, portò alla chiusura del mulino, e man mano al suo totale abbandono.
I successivi anni, videro a rischio la sua stessa esistenza, ad opera delle barbarie compiute dal Consorzio di Bonifica, e soltanto l’intervento dell’insegnante Amedeo Ferdinandi, proprietario del mulino, che si oppose con tutte le sue forze e con quelle della legge, alla demolizione di questo capolavoro, che nel progetto di bonifica, doveva diventare prosieguo dell’alveo cementificato che la precede.
Negli anni successivi, la presenza di alcuni pastori sul territorio, garantì per un certo periodo, un accettabile stato di pulizia del posto, dando la possibilità a chiunque di poter visitare ancora la cascata.
La scomparsa di questa categoria di persone, unita alla mancanza di una coscienza ecologica dei singoli cittadini e delle varie amministrazioni, ha segnato irrimediabilmente il tramonto e il declino dell’intera area.
Cosi, per più di 20 anni il posto è rimasto nel più totale abbandono, invaso da rovi, arbusti, alberi caduti e quant’altro..
Avvilito, arrabbiato e amareggiato, da tanto squallore e disinteresse collettivo, e non trovando aiuto e collaborazione da parte di nessuno, ho deciso di fare io quello che da anni, nessuno aveva più fatto.
Giorno dopo giorno, ho iniziato a ripulire, a tagliare, ad estirpare e a bonificare l’intera area da rovi, arbusti e da tanta immondizia.
Cosi, ho trascorso li, tutta l’estate del 2021, ripulendo da cima a fondo questo territorio, con lo stesso amore, con il quale un genitore si dedica al proprio figlio.
Ora il posto ha riacquistato, finalmente, quell’onore e quel decoro di pulizia, come lo ricordavo da bambino.
Un grazie particolare, va alla persona di Yuna, senza il cui aiuto, non sarei mai riuscito a portare a termine, questa mia personale impresa.
Giosuè

La cima del Redentore

LA STORIA DEL REDENTORE SUL MONTE ALTINO  A  MARANOLA, ALLORA COMUNE AUTONOMO. 

Con l’ Enciclica  Praeclara del 1894, il Papa Leone XIII  espresse un giudizio deludente sul sec. XIX che stava finendo in quanto pregno di sciagure e guerre, augurando nel contempo al mondo  intero, un prosperoso e pacifico XX  secolo.

Il suo consigliere Conte Acquaderni gli propose di suggellare il Secolo in chiusura con 19 monumenti al Redentore da collocare sulle vette italiane più belle e più panoramiche.

Qualche anno più tardi Ludovico Pecci, nipote del Papa XIII, chiese di modificare l’idea proponendo di guardare al futuro secolo invece che al passato.

In pratica volle aggiungere un altro monumento ai 19 previsti per collocarne uno a Monte Capreo di Carpineto Romano dove era nato il suo zio divenuto Papa.

Il Papa accettò l’idea quindi di posizionare venti monumenti del Redentore su altrettante vette panoramiche  per omaggiare il XX secolo che stava per iniziare e, il primo di settembre 1896  , istituì un Comitato  di tre persone con sede a Bologna per la scelta dei luoghi e per organizzare al meglio l’evento.

L’Arcivescovo di Gaeta Mons.Francesco Niola, sollecitato dal Parroco di Maranola Don Vincenzo Ruggiero, fu velocissimo  a proporre il Monte Altino in considerazione della sua dominante posizione panoramica supportato anche dalle pubblicazioni del periodico settimanale di proprietà del Ruggiero “LA CAMPANIA” stampato  in una sua Tipografia a Maranola, allora entità amministrativa autonoma.

Furono cosi’ individuate e scelte in via ufficiosa  le venti vette italiane tra cui quella di Maranola che fu il risultato del coinvolgimento di ben 46 Diocesi di tre regioni confinanti (Campania, Molise e parte delle Puglie),   quando negli ultimi giorni ancora rimasti per le decisioni finali la Diocesi di Napoli, facendo un dietrofront  sulle sue originarie decisioni e creando problemi ai tre componenti del Comitato di Bologna, propose  la soluzione del Monte Vesuvio in sostituzione del Monte Altino.

Furono necessarie il “carisma e le capacità diplomatiche” di Don Vincenzo Ruggiero , parroco di Maranola e uomo erudito, per bloccare il tentativo di “sgambetto” partenopeo .

Stabilite definitivamente le venti vette, furono estratte dalle stesse cime venti pietre a forma di mattone  con precise iscrizioni riguardanti la Vetta e lo scopo voluto dalla Santa Sede da utilizzare  per la chiusura della Porta Santa della Basilica Vaticana nell’anno 1900.

Il progetto relativo al Monte Altino fu redatto dall’ing. Giacinto Mastrojanni che propose di costruire un obelisco alto dieci metri per apporvi la Statua del Redentore di quattro metri comprensiva della croce. Questo progetto fu scelto per il suo costo inferiore rispetto ad altri.

Il 23/3/1900 fu firmato il contratto con la Ditta Rosa Zanazio sia per realizzazione della statua in ghisa sia per le opere di collocazione sulla  spalla del Monte Altino a mt 1.252 che  in futuro sarà chiamata Monte Redentore.

Fu concordato che la Statua fosse realizzata in quattro parti congiungibili tra loro sul luogo di collocazione e di peso non superiore a quattro quintali per elemento, ma le cose andarono diversamente. La Statua fu fusa alla Fonderia Tuse Mense di Parigi in un unico blocco e con un peso complessivo di ventuno quintali.

Questi imprevisti particolari a fusione ultimata, terrorizzarono  non poco il Farmacista   Saverio Riccardelli, direttore del “Comitato organizzatore  locale”  pensando alle difficoltà da superare sia per il trasporto sia per la collocazione, anche e soprattutto per il fatto che non c’era alcuna strada tra Maranola e la Vetta di Monte Altino.

La Statua arrivò a Formia nel mese di settembre del 1900 per ferrovia, Via Cassino e tramite la linea ferroviaria Sparanise-Formia-Gaeta  considerato che la direttissima Roma-Napoli non era ancora stata realizzata.

Il prezioso monumento fu trasportato con un enorme carro messo a disposizione da un coltivatore del Comune di Elena a Gaeta, trainato da quattro buoi fino a Maranola. Qui fu conservata nella Chiesa dell’Annunziata per tutto il periodo invernale che fu impiegato per approntare una strada di dodici km per congiungere Maranola a Monte Altino.

Il giorno 4/6/1901 la Statua iniziò il cammino in salita poggiata su una slitta  appositamente costruita e trainata sempre da buoi e da centinaia di persone che dopo quaranta giorni raggiunsero la vetta, anche se i giorni  effettivi di trasporto furono quattordici.

Non fu facile neppure la collocazione sull’obelisco alto dieci metri  posto su una cupola naturale a mt 1.252 dal livello del mare. Fu necessaria la costruzione di una enorme impalcatura lignea  attorno all’obelisco gia’ eretto e fatta a più gradoni dal lato nord per facilitare l’innalzamento graduale della pesante statua.

Con le sole forze delle braccia di diverse centinaia di volontari di Maranola  che aiutarono i dipendenti della Ditta Rosa-Zanazio e sotto la direzione personale di Don Vincenzo Ruggiero,  fu compiuta questa opera “faraonica”.

Il 29 luglio 1901 fu apposto sulla Croce un parafulmine e, per annunciare il lieto evento,  furono sparati a salve 33 colpi con un cannoncino prestato dal Comune di Esperia.

Dopo sei anni  e tanti pellegrinaggi di devoti  provenienti da ogni parte d’Italia, nella notte del 29/10/1907 un fulmine abbatté sia l’obelisco che  la statua che rimase acefala. I vecchi di Maranola raccontano che la testa  rotolò  nel Canalone dove fu raccolta e portata nella Chiesa della SS Annunziata.

Intanto si stava approssimando l’evento tragico della prima guerra mondiale e solo dopo dodici anni, nel settembre del 1919, a guerra ultimata,  il restauro voluto dal parroco  Don Carlo Piccolini , subentrato  a Don Vincenzo Ruggiero che era nel frattempo deceduto, arrivò a  felice conclusione.

Il progetto di restauro realizzato produsse l’immagine  e i luoghi che vediamo adesso, con una cupola in muratura in sostituzione dell’altissimo obelisco originario e fu progettato sempre dall’ing. Giacinto Mastrojanni e realizzato dai F.lli Mancinelli di Esperia, i cui discendenti realizzarono nel dopoguerra, in prossimità di Largo Paone, l’edificio più alto di Formia.

Queste sono state le “straordinarie fatiche dei Maranolesi” per il trasporto e la collocazione della Statua del Redentore che sorveglia dall’alto uno spazio geografico che va dal Circeo al Vesuvio di fronte alle isole di Capri , Ischia, Procida, Santo Stefano, Ventotene, Zannone, Ponza e Palmarola.

Dei venti monumenti previsti solo quattro non furono realizzati per sopraggiunte e impreviste difficoltà, forse anche inferiori rispetto a quelle riscontrate per il monumento del Monte Altino. 

È il caso di poter affermare che “la volontà di Don Vincenzo Ruggiero e la tenacia dei Maranolesi ” hanno  evitato che le opere incompiute fossero cinque invece che quattro.

Mi sono limitato ai punti essenziali della storia prendendo spunto da un articolo molto dettagliato di Gerardo De Meo pubblicato sulla Storia Illustrata  di Formia e da una copia anastatica del periodico “La Campania” del 31 luglio 1901 regalatami dall’amico Gabriele D’Anella. 

Questo foglio periodico settimanale religioso e politico, dal costo di 5 centesimi, fu stampato Sabato-Domenica 3-4 Agosto 1901 a Maranola reca il n. 31, anno VII .

Direttore  del periodico l’Arciprete Vincenzo Ruggiero di Maranola.

Una delle tante straordinarie storie del nostro Territorio dei Monti  Aurunci e del Golfo.

Raffaele Capolino

Museo del Carsismo

Il percorso museale del Carsismo si trova nel centro storico di Esperia all’interno del complesso museale di Palazzo Spinelli, un antico palazzo risalente alla seconda metà del 400.
Realizzato dal gruppo speleologico romano il percorso museale è stato concepito come un viaggio nel sottosuolo e nella storia della formazione delle rocce, dei fenomeni che le modellano e del rapporto che l’uomo ha avuto nei secoli con le grotte carsiche.

Sono molte le curiosità che qui si possono osservare, dalla flora alla fauna di grotta, dalle spettacolari formazioni geologiche sparse nel mondo a ricostruzioni di antichi ritrovamenti paleontologici.

Di recente un enorme calco sulle impronte di dinosauro rinvenute in località S. Martino ad Esperia completa questo viaggio nel tempo e nella storia geologica dei Monti Aurunci.
Il museo è adatto ad un pubblico adulto ed a ragazzi al di sopra degli 8 anni.

VISITE
Museo del Carsismo di Palazzo Spinelli
Indirizzo: Via Castello snc – 03045 Esperia (FR)
Ingresso: gratuito
Apertura:
– lunedì, mercoledì, venerdì dalle ore 8.00 alle ore 14.00
– martedì e giovedì ore 8.00-14.00 e ore 15.00-17.00
L’accesso ai disabili non è possibile a causa della presenza di barriere architettoniche.

Azienda Agricola Minchella Lorenzo

Azienda Agricola Minchella Lorenzo

La sosta ideale lungo la terza tappa del Cammino in Mountain Bike.

L’azienda si trova alla fine della strada sterrata in località Filetto, prima di superare la forcella di Campello ed entrare nel territorio di Itri. Qui è possibile fare una sosta per degustare l’ottimo formaggio marzolino, tipico formaggio di capra dei Monti Aurunci. Lorenzo, il proprietario, vi potrà raccontare tutti i segreti di queste splendide montagne, percorse negli anni da tutta la sua famiglia di pastori.

Su richiesta è possibile utilizzare uno spazio in azienda per una sosta in tenda.
Si trova in via Redentore snc (contrada Filetto) Formia 

 Lorenzo +39 368 778 6348      + 39 328 569 7426

Lorenzo +39 368 778 6348 + 39 328 569 7426

Gli Eventi del Cammino

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Le Avventure del Cammino

Il Borgo di Minturno

Il borgo medioevale di Minturno è la prima tappa del percorso. Esso nasce con l’antico nome di Traetto quando i Saraceni invadono l’antica città romana di Minturnae che si trovava presso la foce del Garigliano.  Il borgo seppur modificato da più moderne costruzioni vanta diversi luoghi di interesse. Salendo verso il centro del paese si nota, presso un incrocio, la chiesa dell’Annunziata identificata da tre archi ogivali che la precedono. Essa custodisce affreschi gotico-rinascimentali e una Madonna col bambino di Francesco Curia. Una volta raggiunto il centro  si costeggiano  il palazzo comunale ospitato in un ex convento francescano di recente restaurato per riportarlo al suo antico splendore e il castello. Quest’ultimo fu costruito per difendere il patrimonio della chiesa tanto da essere considerato tra i più antichi d’Italia. La poderosa struttura del castello segue la conformazione del terreno ed ha pianta a trapezio. L’avancorpo con la terrazza prospiciente la piazza   venne costruito nel 1865. L’ingresso si trova nell’angolo sud-est ed immette in un androne da cui si passa ad un cortile porticato ; da qui una scala permette di raggiungere la sala dei Baroni , oggi restaurata e funzionante. Diversi altri ambienti, ipoteticamente alloggi della servitù , occupano il piano superiore dove si conserva anche  una parte dell’antico camminamento di ronda.  

Proseguendo la passeggiata a Minturno , impossibile non notare la figura di un magistrato romano  (Sepeone o Scipione) che saluta i visitatori dall’arcat di un piccolo portico.   Qui inizia la via principale su cui, lateralmente, si trova  la Cattedrale di San Pietro segnalata da una grande scalinata porticata e  che merita decisamente una visita per le meravigliose opere d’arte che ospita :   il candelabro del cero pasquale in opera musiva, il pergamo a cassa quadrangolare con scaletta scolpita a bassorilievo, probabile opera di Peregrino da Sessa; presso l’altare maggiore affreschi barocchi e quattrocenteschi. Un ambiente  a tre navate che si trova al di là del coro, separato da un muro, poggia su pilastri con archi ogivali , soffitto a capriate e ospita opere di Francesco De Mura nonchè affreschi seicenteschi di gusto popolare. Da qui è possibile accedere ad un ulteriore ambiente sotterraneo adibito a sepolture. Scendendo nei vicoli del quartiere medievale si può percorrere una caratteristica via di circonvallazione o supportico .

L’antica Via Appia

Tra Itri e Fondi , per circa 1 km, si percorre l’antichissimo tracciato della via Appia , la regina delle strade romane.  Nata nel 312 a. C. come strada militare per andare alla conquista del sud e poi divenuta importante arteria commerciale , essa iniziava a Roma e finiva a Brindisi . A volere la  sua realizzazione fu il censore Appio Claudio da cui prende il nome.

Il tratto che interessa il nostro cammino mostra i segni dei rifacimenti intervenuti nel tempo : il primo intervento di trasformazione lo dobbiamo all’imperatore Caracalla che, restaurando 21 miglia da Terracina a Formia, sostituisce la vecchia pavimentazione in calcare con i basoli di basalto ; il secondo, visibile nel primo tratto partendo da Itri,  risale al 1768 quando questo luogo diventa teatro dell’incontro tra Ferdinando IV di Borbone  e Maria Amalia d’Asburgo.

Le testimonianze storiche non si fermano al tracciato stradale ma diventano visibilmente imponenti quando si incontra il cosiddetto Forte di Sant’Andrea, nome che rievoca l’esistenza in loco di una cappella  dedicata al santo. Si tratta di un fortino eretto sulle sostruzioni di un antico tempio pagano dedicato ad Apollo che  sovrasta le gole di Sant’Andrea.

Il luogo era già leggendario  poiché  la posizione sopraelevata delle antiche sostruzioni , permise a Frà Diavolo, famoso brigante e poi soldato dell’esercito borbonico,  di sbarrare la strada all’esercito franco-polacco proveniente dalle gole sottostanti. Sarà successivamente Gioacchino Murat a far costruire il fortino.

La via Appia Antica può essere percorsa a piedi o in mountain bike ed è inserita nell’ultima tappa del Cammino degli Aurunci prima di arrivare al Santuario della Madonna della Civita a Itri.