Museo del Carsismo

Il percorso museale del Carsismo si trova nel centro storico di Esperia all’interno del complesso museale di Palazzo Spinelli, un antico palazzo risalente alla seconda metà del 400.
Realizzato dal gruppo speleologico romano il percorso museale è stato concepito come un viaggio nel sottosuolo e nella storia della formazione delle rocce, dei fenomeni che le modellano e del rapporto che l’uomo ha avuto nei secoli con le grotte carsiche.

Sono molte le curiosità che qui si possono osservare, dalla flora alla fauna di grotta, dalle spettacolari formazioni geologiche sparse nel mondo a ricostruzioni di antichi ritrovamenti paleontologici.

Di recente un enorme calco sulle impronte di dinosauro rinvenute in località S. Martino ad Esperia completa questo viaggio nel tempo e nella storia geologica dei Monti Aurunci.
Il museo è adatto ad un pubblico adulto ed a ragazzi al di sopra degli 8 anni.

VISITE
Museo del Carsismo di Palazzo Spinelli
Indirizzo: Via Castello snc – 03045 Esperia (FR)
Ingresso: gratuito
Apertura:
– lunedì, mercoledì, venerdì dalle ore 8.00 alle ore 14.00
– martedì e giovedì ore 8.00-14.00 e ore 15.00-17.00
L’accesso ai disabili non è possibile a causa della presenza di barriere architettoniche.

L’antica Via Appia

Tra Itri e Fondi , per circa 1 km, si percorre l’antichissimo tracciato della via Appia , la regina delle strade romane.  Nata nel 312 a. C. come strada militare per andare alla conquista del sud e poi divenuta importante arteria commerciale , essa iniziava a Roma e finiva a Brindisi . A volere la  sua realizzazione fu il censore Appio Claudio da cui prende il nome.

Il tratto che interessa il nostro cammino mostra i segni dei rifacimenti intervenuti nel tempo : il primo intervento di trasformazione lo dobbiamo all’imperatore Caracalla che, restaurando 21 miglia da Terracina a Formia, sostituisce la vecchia pavimentazione in calcare con i basoli di basalto ; il secondo, visibile nel primo tratto partendo da Itri,  risale al 1768 quando questo luogo diventa teatro dell’incontro tra Ferdinando IV di Borbone  e Maria Amalia d’Asburgo.

Le testimonianze storiche non si fermano al tracciato stradale ma diventano visibilmente imponenti quando si incontra il cosiddetto Forte di Sant’Andrea, nome che rievoca l’esistenza in loco di una cappella  dedicata al santo. Si tratta di un fortino eretto sulle sostruzioni di un antico tempio pagano dedicato ad Apollo che  sovrasta le gole di Sant’Andrea.

Il luogo era già leggendario  poiché  la posizione sopraelevata delle antiche sostruzioni , permise a Frà Diavolo, famoso brigante e poi soldato dell’esercito borbonico,  di sbarrare la strada all’esercito franco-polacco proveniente dalle gole sottostanti. Sarà successivamente Gioacchino Murat a far costruire il fortino.

La via Appia Antica può essere percorsa a piedi o in mountain bike ed è inserita nell’ultima tappa del Cammino degli Aurunci prima di arrivare al Santuario della Madonna della Civita a Itri.

Il burattino di Pinocchio

All’interno del borgo storico di Maranola, a Formia, si trova una piccola esposizione permanente dedicata al burattino più famoso al mondo: Pinocchio.

Nata dalla volontà dei cognati del “Mastro Geppetto” Francesco Viola, la mostra contiene oltre 200 pezzi unici di Pinocchi in legno d’ulivo creati dalla sua fantasia e dalla volontà di superare attraverso l’arte manuale, le sofferenze della vita. Un tuffo in un mondo antico, fra giochi e mestieri che si stanno perdendo, attraverso la rappresentazione di una delle storie più lette al mondo.

Per informazioni contattare su WhatsApp o sms Stefania Gionta 3381909493

Pagina facebook: https://www.facebook.com/pinocchioamarcord

Le Orme dei Dinosauri

Le orme di dinosauro ad Esperia sono le più antiche mai scoperte nel Lazio, ci sono più di 40 impronte che risalgono a 120-140 milioni di anni di più vecchie di quelle rinvenute a Sezze. Le orme finora studiate dal docente Umberto Nicosia dell’Università di La Sapienza di Roma , sono di due tipologie. La prima presenta 3 dita dirett3e in avanti , in cui sono visibili chiare tracce di unghie. L’altra tipologia consiste in impronte circolari o ellittiche. Le impronte risalgono al periodo Cretaceo, quando l’intero territorio era ricoperto di acqua. Questi pachidermici hanno rilasciato le loro orme sul fango e su queste si sono sedimentati altri strati di materiale… Orme ritrovate quasi per caso da Maria Grazie Lobba e Sergio Nozzoli intenti a perlustrare la zona durante le loro escursioni…

Fonte www.comune.esperia.fr.it

La Capra Bianca Moticellana dei Monti Aurunci

La razza sembra essere originaria dell’area dei Monti Ausoni e dei Monti Aurunci e derivante dal tipo caprino conosciuto come “Bianca Romana”, descritto nel Lazio tra il XIX ed il XX secolo. Il nome di razza “Monticellana” ha derivazione da Monticelli, antico nome mantenuto fino al 1862, dell’attuale Comune di Monte San Biagio, nella Provincia di Latina.

Rolando Belardoni, gastronomo, ha intervistato numerosi pastori sul territorio aurunco per la sua tesi di laurea. Tra i pastori intervistati è stata riscontrata una significativa attitudine all’impiego di razze caprine autoctone negli allevamenti. I pastori mi spiegano che le ragioni di questa scelta sono legate alla morfologia del territorio, i cui sentieri sono caratterizzati dalla presenza di pietre, arbusti bassi e ricoperti di rampicanti spinose, che impediscono alle capre di poter muoversi agevolmente senza strofinare le mammelle su pietre e arbusti. Per questo motivo vengono selezionati animali con mammelle alte e rotonde che anche quando sono piene di latte riescono a rimanere sufficientemente alte rispetto al suolo, riducendo il rischio di strofinamento che spesso produce ferite e infezioni. Si può sostenere che questo rapporto di co-evoluzione dell’animale con il territorio sia il frutto dell’intermediazione culturale dei pastori.

Al di là di questo aspetto, l’attitudine di alcuni pastori alla selezione delle razze autoctone è motivata anche da esigenze di tipo estetico. Tre dei sette pastori intervistati hanno selezionato greggi composte quasi totalmente da una sola razza, partendo da greggi di capre miste ereditate dai padri. In un caso è stato creato un gregge di razza “bianca monticellana”, negli altri due casi i pastori hanno selezionato greggi composti quasi unicamente dalla razza “grigia ciociara”.

Un allevatore impegnato nella selezione della “grigia ciociara” mi dice che “si tratta di razze di montagna, che non hanno un’attitudine da latte. La loro produzione non supera 1,5 litri al giorno, mentre una razza da latte può produrre fino a 4 litri di latte al giorno”. La loro selezione è dovuta non solo alla qualità del loro latte.

I produttori sostengono che il contenuto di grassi e proteine di queste razze sia superiore rispetto alle normali razze da latte – e alle loro capacità di adattamento a un territorio aspro, ma soprattutto per la loro bellezza. Questo aspetto è particolarmente significativo per alcuni pastori. Uno di loro afferma: “la vista di un animale di grande bellezza mi fa emozionare come quando vado a una festa e incontro una bella donna”. Al di là di queste considerazioni, mi spiegano che la bellezza della capra risiede nella tonalità e nell’uniformità dei colori del vello, e in modo particolare nella forma delle corna e delle orecchie. Queste ultime sono preferite quando presentano una forma che in dialetto viene chiamata a “pannella”, ossia piatte e pendenti. Per quanto riguarda le corna, si apprezzano particolarmente quelle che presentano una forma parzialmente elicoidale, dritte e leggermente inclinate lateralmente, che in dialetto vengono dette “zappetelle”. Un altro pastore considera attraenti anche le capre “capannole”, cioè quelle che presentano corna uniformi, lisce e ripiegate verso l’interno. Come già accennato, durante le visite è stato possibile apprendere che la capra “grigia ciociara” e la “bianca monticellana” sono due razze inserite nel Registro Volontario Regionale delle razze autoctone a rischio di estinzione istituito recentemente da una legge regionale. Alla luce di questo dato è stato ritenuto opportuno procedere alla segnalazione delle due razze caprine nel catalogo dell’“Arca del Gusto”, un progetto creato dall’associazione Slow Food che si occupa della tutela della biodiversità in relazione alle produzioni alimentari.

È stata riscontrata inoltre la presenza di capre con assenza totale di corna, che vengono dette “cucche”. Mi spiegano che l’assenza di corna serve a favorire la convivenza pacifica di capre e pecore quando si è in presenza di greggi misti. Un pastore più anziano racconta che “durante il fascismo le capre venivano tassate maggiormente rispetto alle pecore perché erano più impattanti sul territorio, quindi venivano selezionate le capre “cucche” perché potevano confondersi più facilmente nel gregge di pecore”.

Gliu Zeppolone di Spigno

GLIU ZEPPOLONE

Un “piatto” tipico della tradizione Spignese. Ingrediente principale è la cicoria, rigorosamente raccolta fresca e scelta con cura. Viene bollita, strizzata ben bene e tagliata finemente. Si fa quindi soffriggere in padella con olio d’oliva locale, viene aggiunta la mentuccia e pezzetti di spicchi di aglio. Alcuni aggiungono anche del peperoncino. Una volta insaporito il tutto, si aggiunge farina di grano o mista a farina di granturco e si spruzza alla fine un po’ di aceto. Si ottiene così una specie di frittata che si cuoce facendola rosolare bene da entrambe le parti e si mangia ancora fumante, meglio se con pane casereccio e un buon bicchiere di vino.

Il pozzo della neve

E’ una struttura imponente costruita in montagna dall’antico popolo aurunco per la produzione del ghiaccio quando non esistevano i frigoriferi!

Si costruiva un enorme cavità circolare, profonda fino a 8 metri, rivestita nelle pareti con muro a secco in pietra, alternando strati di rocce più grandi con quelle più piccole, in modo da renderle impermeabili. Venivano costruite nelle zone più umide e fredde dei Monti Aurunci e si riempivano nel periodo invernale con la neve, sovrapposta a stratificazioni con pressatura di terra, paglia o foglie fino all’imbocco del fosso che veniva poi chiuso. Si realizzava così il ghiaccio che si conservava anche nel periodo caldo.
Alcuni presentavano delle scale in pietra fino al pavimento.
Venivano trasportati sulla costa e commercializzati soprattutto al porto di Gaeta.

I “pozzi della neve” venivano utilizzati così per la produzione di ghiaccio per le stagioni più calde per la conservazione degli alimenti, in particolar modo nel porto di Gaeta per stoccare le merci che altrimenti non potevano essere conservate.

Se ne possono trovare alcuni resti sugli Aurunci, ma quello maggiormente conservato è proprio quello in foto, che possiamo visitare lungo la terza tappa del Cammino a piedi.

I primi fossi della neve che possiamo documentare risalgono alla seconda metà del XVI secolo.

Esistono diverse testimonianze documentate, regolamenti, negli Statuti di Gaeta che riportano le norme sulla vendita di ghiaccio e vengono citati i pastori che garantivano la fornitura alla città di Gaeta, dal 1 maggio a tutto il mese di ottobre.

Fino agli inizi del 900 i blocchi di ghiaccio venivano trasportati a valle attraverso le “vie della neve” durante la notte sul dorso dei muli.

Gli Aurunci, grazie alla presenza di doline, assicuravano anche il rifornimento di acqua: attraverso una tecnica simile a quella dei pozzi della neve, questi “buchi” circolari venivano rivestiti da strati di rocce in modo da rendere impermeabile la superfice e trasformarli in cisterne per la raccolta di acqua piovana.

Si tramanda una vicenda legata all’antica pratica del commercio del ghiaccio:  circa 200 anni fa, due pastori di Spigno andarono a vendere il ghiaccio a Traetto (attuale Minturno), in occasione della sagra delle arance. Con il loro ghiaccio si confezionavano ottimi sorbetti, ma quando i due si presentarono in paese con il loro abbigliamento sciatto e non curato, , la popolazione locale gli accolse con lanci di arance. I due pastori allora così maltrattati e derisi, si vendicarono del torto  lanciando sassi contro le finestre delle abitazioni. Per questo motivo furono arrestati e portati davanti ai carabinieri si giustificarono dicendo “prima Spigno e po’ la ragion