Sorgente di Colle

…” si racconta che molti anni addietro, un uomo di mezza età, abitante di Itri, aveva perso l’appetito e i familiari, preoccupati per la sua salute, avessero accettato il consiglio di mandarlo per qualche tempo a Campello, presso i parenti, che abitavano con i propri animali proprio presso la sorgente di Colle. Per i primi giorni questa persona rimase abbandonata a sé stessa: non mangiava e non aveva più stimolo alla vita, l’unica cosa che riusciva ad inghiottire erano delle piccole sorsate dell’acqua della sorgente. Con il passare dei giorni le bevute si facevano più frequenti e abbondanti, fino a che, piano piano, incomincio’ a ritornargli l’appetito e a rimettersi in salute: tutti attribuirono il merito all’acqua della sorgente di Colle
“Cit. “Campello d’Itri – Immagini e sentieri di antiche civiltà” Antonio Masella e Albino Cece

Cascata Mola della Terra

Ubicate tra i comuni di Esperia e Pontecorvo, nella bassa Ciociaria, a metà strada tra Roma e Napoli, le cascate della Mola della Terra, sono la testimonianza ancora esistente di un’oasi di paradiso, in cui la mente ed il corpo possono rifugiarsi in una dimensione naturale e sensoriale, ormai perduta da tempo.
Formate da un dislivello del corso del fiume Quesa (affluente del Liri) la cascata, compie, da un possente muraglione in pietra calcarea, un salto di circa 4 metri. 
A guardia della sua bellezza, un antico ponte in pietra a due arcate.
La presenza di alcune residenze rurali romane e di un’antica strada, nelle immediate vicinanze, lascia supporre, che il luogo fosse conosciuto fin dall’antichità.
Nel corso del Medioevo, sulle sue sponde, sorsero, numerosi mulini ad acqua.
Originariamente, il dislivello naturale, non avendo nessuna struttura di contenimento, generava una caduta, molto più copiosa ed irregolare, con conseguente allagamento di una maggiore porzione di terreno sottostante.
La cascata, come la vediamo oggi, è frutto invece, di un intervento dell’uomo, effettuato circa 3 secoli fa, dagli eredi della famiglia Ferdinandi, i quali per alimentare il loro mulino (ancora visibile) deviarono una piccola parte del corso del fiume, costruendo l’attuale muraglione.
Quest’ultimo, infatti, aveva il compito di trattenere l’acqua attraverso la formazione di un bacino, per alimentare, attraverso un canale, gli ingranaggi delle macine, per poi rigettarsi nuovamente nel Quesa. Per gestire, la quantità e la potenza del flusso d’acqua in un flusso regolare e costante, vennero costruite a ridosso della cascata, una serie di chiuse che venivano aperte o chiuse all’occorrenza.
L’afflusso di clientela, garantì per anni, la cura e il decoro dell’intera area, ma sul finire degli anni settanta, la trasformazione socio-economica del paese, portò alla chiusura del mulino, e man mano al suo totale abbandono.
I successivi anni, videro a rischio la sua stessa esistenza, ad opera delle barbarie compiute dal Consorzio di Bonifica, e soltanto l’intervento dell’insegnante Amedeo Ferdinandi, proprietario del mulino, che si oppose con tutte le sue forze e con quelle della legge, alla demolizione di questo capolavoro, che nel progetto di bonifica, doveva diventare prosieguo dell’alveo cementificato che la precede.
Negli anni successivi, la presenza di alcuni pastori sul territorio, garantì per un certo periodo, un accettabile stato di pulizia del posto, dando la possibilità a chiunque di poter visitare ancora la cascata.
La scomparsa di questa categoria di persone, unita alla mancanza di una coscienza ecologica dei singoli cittadini e delle varie amministrazioni, ha segnato irrimediabilmente il tramonto e il declino dell’intera area.
Cosi, per più di 20 anni il posto è rimasto nel più totale abbandono, invaso da rovi, arbusti, alberi caduti e quant’altro..
Avvilito, arrabbiato e amareggiato, da tanto squallore e disinteresse collettivo, e non trovando aiuto e collaborazione da parte di nessuno, ho deciso di fare io quello che da anni, nessuno aveva più fatto.
Giorno dopo giorno, ho iniziato a ripulire, a tagliare, ad estirpare e a bonificare l’intera area da rovi, arbusti e da tanta immondizia.
Cosi, ho trascorso li, tutta l’estate del 2021, ripulendo da cima a fondo questo territorio, con lo stesso amore, con il quale un genitore si dedica al proprio figlio.
Ora il posto ha riacquistato, finalmente, quell’onore e quel decoro di pulizia, come lo ricordavo da bambino.
Un grazie particolare, va alla persona di Yuna, senza il cui aiuto, non sarei mai riuscito a portare a termine, questa mia personale impresa.
Giosuè

La cima del Redentore

Alla fine del IXX secolo Papa Leone XXIII decise di erigere 19 statue, poi divenute 20, sulle cime più belle e panoramiche del nostro paese. Alla fine ne furono realizzate soltanto 16 tra cui quella che troviamo sulla propaggine meridionale del Monte Altino, poi chiamato Monte Redentore.

La statua, un bronzo di 21 quintali, venne posizionata su un obelisco alto 10 metri, per celebrare il Giubileo del 1900, suggellare il vecchio secolo ed esprimere un augurio di pace e serenità al nuovo secolo che cominciava. Fu inaugurata nel Luglio 1901 e fu salutata da 33 colpi di cannoncino, come gli anni di Cristo.

Il secolo che stava per iniziare avrebbe avuto un grande bisogno di pace, tuttavia fu funestato da ben due guerre mondiali.

Dal Redentore la vista è meravigliosa sul Golfo di Gaeta, dal Vesuvio alle Isole Pontine. Un percorso a piedi o in mountain bike permette di raggiungere la vetta, con partenza a piedi dal rifugio di Portino, raggiungibile in macchina e in mountain bike da Maranola oppure da Esperia

Museo del Carsismo

Il percorso museale del Carsismo si trova nel centro storico di Esperia all’interno del complesso museale di Palazzo Spinelli, un antico palazzo risalente alla seconda metà del 400.
Realizzato dal gruppo speleologico romano il percorso museale è stato concepito come un viaggio nel sottosuolo e nella storia della formazione delle rocce, dei fenomeni che le modellano e del rapporto che l’uomo ha avuto nei secoli con le grotte carsiche.

Sono molte le curiosità che qui si possono osservare, dalla flora alla fauna di grotta, dalle spettacolari formazioni geologiche sparse nel mondo a ricostruzioni di antichi ritrovamenti paleontologici.

Di recente un enorme calco sulle impronte di dinosauro rinvenute in località S. Martino ad Esperia completa questo viaggio nel tempo e nella storia geologica dei Monti Aurunci.
Il museo è adatto ad un pubblico adulto ed a ragazzi al di sopra degli 8 anni.

VISITE
Museo del Carsismo di Palazzo Spinelli
Indirizzo: Via Castello snc – 03045 Esperia (FR)
Ingresso: gratuito
Apertura:
– lunedì, mercoledì, venerdì dalle ore 8.00 alle ore 14.00
– martedì e giovedì ore 8.00-14.00 e ore 15.00-17.00
L’accesso ai disabili non è possibile a causa della presenza di barriere architettoniche.

La coltivazione dello Zafferano a Castellonorato nel Medioevo

È quanto scritto nello Statuto di questo borgo allora autonomo , oggi aggregato dal 1928 alla Città di Formia.Lo riferisce Angelo De Santis nel ” Nuovo Giornale Botanico Italiano ” del 1952, anche se una copia autentica dello Statuto non è stata , finora, ritrovata.Ciò fa pensare che le notizie pubblicate dal De Santis , siano state di seconda mano .I settantatre capitoli dello Statuto, tutti scritti in latino, deriverebbero in gran parte da quello di Maranola . In entrambi è usato il termine. ” pastinare ” che sta per ” coltivare – piantare ” determinati ortaggi .Da due capitoli dello Statuto di Castellonorato riservati alla caccia , apprendiamo la presenza di caprioli nel territorio dove veniva disciplinato anche l’allevamento di oche e delle api. Sempre in quest’ultimo Statuto , che risale al 1507, sarebbe stato possibile leggere ” pastinare croco o zafferano” , una singolare consuetudine agraria tipica solo di questo borgo in tutto il territorio degli Aurunci, da Fondi al Garigliano.Sembra che l’area maggiormente interessata e adatta a questa specifica coltivazione, fosse stata la piana di S. Croce e la contrada Vaglio , entrambe appartenenti al Comune di Castellonorato. L’autorità baronale era rappresentata dal Capitano, ma chi decideva era il Governo presieduto dai Giudici, dal Consiglio e dal Sopraconsiglio.Altre figure erano: il Baglivo per i danni campestri, gli Agattapani preposti all’annona, due Secreti per il controllo del suolo pubblico, gli Apprezzatori per la verifica dei danni alle proprietà private, e il Mandatario con funzione di banditore.I proprietari e i fittuari di terreni avevano l’obbligo di ” pastinare ” tre centinaia di cavoli a maggio e due centinaia di spicchi d’aglio a gennaio, pena un tari.La coltivazione del croco, ossia dello zafferano, era previsto, come detto, solo dallo Statuto di Castellonorato che, evidentemente , aveva zone adatte a tal tipo di coltura.La moneta era l’augustale pari a sette tari e mezzo ( cioè 150 grana ) , il tari era pari a due carlini e un Ducato = a 5 tari.Il taglio di un ulivo era punito con un’ammenda di due tari . Nelle fontane e nei piloni era vietato lavare barili , botti e panni sporchi.Si racconta che quando il Conte Onorato fu sepolto , la sua corazza fu coperta tutta di zafferano che , come si sa, ha un colore aureo.Forse da qui la leggenda della corazza d’oro , da tutti invano ricercata ?Raffaele Capolino

L’antica Via Appia

Tra Itri e Fondi , per circa 1 km, si percorre l’antichissimo tracciato della via Appia , la regina delle strade romane.  Nata nel 312 a. C. come strada militare per andare alla conquista del sud e poi divenuta importante arteria commerciale , essa iniziava a Roma e finiva a Brindisi . A volere la  sua realizzazione fu il censore Appio Claudio da cui prende il nome.

Il tratto che interessa il nostro cammino mostra i segni dei rifacimenti intervenuti nel tempo : il primo intervento di trasformazione lo dobbiamo all’imperatore Caracalla che, restaurando 21 miglia da Terracina a Formia, sostituisce la vecchia pavimentazione in calcare con i basoli di basalto ; il secondo, visibile nel primo tratto partendo da Itri,  risale al 1768 quando questo luogo diventa teatro dell’incontro tra Ferdinando IV di Borbone  e Maria Amalia d’Asburgo.

Le testimonianze storiche non si fermano al tracciato stradale ma diventano visibilmente imponenti quando si incontra il cosiddetto Forte di Sant’Andrea, nome che rievoca l’esistenza in loco di una cappella  dedicata al santo. Si tratta di un fortino eretto sulle sostruzioni di un antico tempio pagano dedicato ad Apollo che  sovrasta le gole di Sant’Andrea.

Il luogo era già leggendario  poiché  la posizione sopraelevata delle antiche sostruzioni , permise a Frà Diavolo, famoso brigante e poi soldato dell’esercito borbonico,  di sbarrare la strada all’esercito franco-polacco proveniente dalle gole sottostanti. Sarà successivamente Gioacchino Murat a far costruire il fortino.

La via Appia Antica può essere percorsa a piedi o in mountain bike ed è inserita nell’ultima tappa del Cammino degli Aurunci prima di arrivare al Santuario della Madonna della Civita a Itri.

Il burattino di Pinocchio

All’interno del borgo storico di Maranola, a Formia, si trova una piccola esposizione permanente dedicata al burattino più famoso al mondo: Pinocchio.

Nata dalla volontà dei cognati del “Mastro Geppetto” Francesco Viola, la mostra contiene oltre 200 pezzi unici di Pinocchi in legno d’ulivo creati dalla sua fantasia e dalla volontà di superare attraverso l’arte manuale, le sofferenze della vita. Un tuffo in un mondo antico, fra giochi e mestieri che si stanno perdendo, attraverso la rappresentazione di una delle storie più lette al mondo.

Per informazioni contattare su WhatsApp o sms Stefania Gionta 3381909493

Pagina facebook: https://www.facebook.com/pinocchioamarcord

Le Orme dei Dinosauri

Le orme di dinosauro ad Esperia sono le più antiche mai scoperte nel Lazio, ci sono più di 40 impronte che risalgono a 120-140 milioni di anni di più vecchie di quelle rinvenute a Sezze. Le orme finora studiate dal docente Umberto Nicosia dell’Università di La Sapienza di Roma , sono di due tipologie. La prima presenta 3 dita dirett3e in avanti , in cui sono visibili chiare tracce di unghie. L’altra tipologia consiste in impronte circolari o ellittiche. Le impronte risalgono al periodo Cretaceo, quando l’intero territorio era ricoperto di acqua. Questi pachidermici hanno rilasciato le loro orme sul fango e su queste si sono sedimentati altri strati di materiale… Orme ritrovate quasi per caso da Maria Grazie Lobba e Sergio Nozzoli intenti a perlustrare la zona durante le loro escursioni…

Fonte www.comune.esperia.fr.it

La Capra Bianca Moticellana dei Monti Aurunci

La razza sembra essere originaria dell’area dei Monti Ausoni e dei Monti Aurunci e derivante dal tipo caprino conosciuto come “Bianca Romana”, descritto nel Lazio tra il XIX ed il XX secolo. Il nome di razza “Monticellana” ha derivazione da Monticelli, antico nome mantenuto fino al 1862, dell’attuale Comune di Monte San Biagio, nella Provincia di Latina.

Rolando Belardoni, gastronomo, ha intervistato numerosi pastori sul territorio aurunco per la sua tesi di laurea. Tra i pastori intervistati è stata riscontrata una significativa attitudine all’impiego di razze caprine autoctone negli allevamenti. I pastori mi spiegano che le ragioni di questa scelta sono legate alla morfologia del territorio, i cui sentieri sono caratterizzati dalla presenza di pietre, arbusti bassi e ricoperti di rampicanti spinose, che impediscono alle capre di poter muoversi agevolmente senza strofinare le mammelle su pietre e arbusti. Per questo motivo vengono selezionati animali con mammelle alte e rotonde che anche quando sono piene di latte riescono a rimanere sufficientemente alte rispetto al suolo, riducendo il rischio di strofinamento che spesso produce ferite e infezioni. Si può sostenere che questo rapporto di co-evoluzione dell’animale con il territorio sia il frutto dell’intermediazione culturale dei pastori.

Al di là di questo aspetto, l’attitudine di alcuni pastori alla selezione delle razze autoctone è motivata anche da esigenze di tipo estetico. Tre dei sette pastori intervistati hanno selezionato greggi composte quasi totalmente da una sola razza, partendo da greggi di capre miste ereditate dai padri. In un caso è stato creato un gregge di razza “bianca monticellana”, negli altri due casi i pastori hanno selezionato greggi composti quasi unicamente dalla razza “grigia ciociara”.

Un allevatore impegnato nella selezione della “grigia ciociara” mi dice che “si tratta di razze di montagna, che non hanno un’attitudine da latte. La loro produzione non supera 1,5 litri al giorno, mentre una razza da latte può produrre fino a 4 litri di latte al giorno”. La loro selezione è dovuta non solo alla qualità del loro latte.

I produttori sostengono che il contenuto di grassi e proteine di queste razze sia superiore rispetto alle normali razze da latte – e alle loro capacità di adattamento a un territorio aspro, ma soprattutto per la loro bellezza. Questo aspetto è particolarmente significativo per alcuni pastori. Uno di loro afferma: “la vista di un animale di grande bellezza mi fa emozionare come quando vado a una festa e incontro una bella donna”. Al di là di queste considerazioni, mi spiegano che la bellezza della capra risiede nella tonalità e nell’uniformità dei colori del vello, e in modo particolare nella forma delle corna e delle orecchie. Queste ultime sono preferite quando presentano una forma che in dialetto viene chiamata a “pannella”, ossia piatte e pendenti. Per quanto riguarda le corna, si apprezzano particolarmente quelle che presentano una forma parzialmente elicoidale, dritte e leggermente inclinate lateralmente, che in dialetto vengono dette “zappetelle”. Un altro pastore considera attraenti anche le capre “capannole”, cioè quelle che presentano corna uniformi, lisce e ripiegate verso l’interno. Come già accennato, durante le visite è stato possibile apprendere che la capra “grigia ciociara” e la “bianca monticellana” sono due razze inserite nel Registro Volontario Regionale delle razze autoctone a rischio di estinzione istituito recentemente da una legge regionale. Alla luce di questo dato è stato ritenuto opportuno procedere alla segnalazione delle due razze caprine nel catalogo dell’“Arca del Gusto”, un progetto creato dall’associazione Slow Food che si occupa della tutela della biodiversità in relazione alle produzioni alimentari.

È stata riscontrata inoltre la presenza di capre con assenza totale di corna, che vengono dette “cucche”. Mi spiegano che l’assenza di corna serve a favorire la convivenza pacifica di capre e pecore quando si è in presenza di greggi misti. Un pastore più anziano racconta che “durante il fascismo le capre venivano tassate maggiormente rispetto alle pecore perché erano più impattanti sul territorio, quindi venivano selezionate le capre “cucche” perché potevano confondersi più facilmente nel gregge di pecore”.